Cosa significa essere brand strategist oggi, quando il sito web non è più solo un insieme di pagine internet ma uno dei tanto touchpoint della customer journey? Forse, lo snodo essenziale è che si deve andare oltre il classico lavoro branding, ma bisogna considerare anche user experience, SEO/GEO, AI e hosting.

Anche per questo motivo, il contributo lasciato da Francesco Turriani di Ingigni è particolarmente interessante. Abbiamo chiesto al co-fondatore dell’agenzia di marketing e comunicazione a Bari di raccontare come si costruiscono identità digitali credibili e reperibili. Vuoi approfondire? Leggi l’intervista.

Sono Francesco Turriani, brand strategist e co-fondatore di Ingigni. Aiuto aziende e professionisti a costruire identità di marca riconoscibili lavorando all’incrocio tra psicologia del consumatore, branding e SEO/GEO.
Il digitale mi accompagna dal mio primo computer, un Pentium 1 a 166 MHz e da oltre venticinque anni continuo a studiarlo con curiosità quasi ostinata.
Mi sono formato in Digital e Virtual Design allo IED, sono certificato Autodesk su Maya, ho studiato Psicologia della comunicazione e del marketing alla Sapienza di Roma e sono operatore certificato SeoZoom.
Negli anni ho continuato ad approfondire neuromarketing, branding e visibilità organica. Ho scritto Brand is Message, un ebook gratuito sul branding, e curo un glossario di marketing tra i più estesi e densi in Italia.
Unisco strategia, design e ricerca per costruire interazioni umane attraverso esperienze digitali.
20 anni fa, poco più di un miliardo di persone navigava il web. Nel 2021 gli utenti connessi erano quasi 5 miliardi. Oggi siamo oltre 6 miliardi. È cambiato il mercato. Sono cambiati i consumatori.
E l’economia dell’attenzione è rilevante come mai prima. Il 30 novembre 2022, data di rilascio di ChatGPT, il mondo ha cambiato marcia e iniziato una brusca accelerazione. Si sono moltiplicate le informazioni – non sempre affidabili – e la pazienza del consumatore si è ulteriormente ristretta. In un ecosistema che sta rapidamente evolvendo siamo passati dall’azienda che comunica al mercato a un rapporto più complesso, un rapporto in cui domanda e offerta si incontrano su più superfici digitali:
Il consumatore cerca conferme su più fronti prima di agire, soprattutto quando deve scegliere prodotti o servizi non economici. Cerca prove, conferme, coerenza. Va a caccia di segnali capaci di rendere un marchio riconoscibile e credibile prima ancora del contatto diretto.
Prima questo percorso richiedeva tempo: siti da aprire, recensioni da leggere, articoli da confrontare, opinioni da soppesare. Oggi una parte di quel lavoro viene spesso delegata ai chatbot basati su AI: l’utente cede alla macchina una quota di fiducia in cambio di molto tempo risparmiato. E la macchina restituisce una sintesi partendo proprio da menzioni, citazioni e segnali ricorrenti e coerenti.
Il mio percorso è variegato e non privo di montagne scalate e ancora da scalare. Mi vengono però in mente 3 passaggi importanti. Nel 2005 lessi per la prima volta un libro destinato a segnare una linea di non ritorno nel mio approccio ai siti web e all’usabilità sul web, una delle basi culturali di quella che oggi chiamiamo user experience. Il libro era Homepage Usability di Jakob Nielsen.
C’è stato un altro incontro fortunato, con un libro trovato quasi per caso nella libreria: Le armi della persuasione, di Robert Cialdini. Da quel momento ho iniziato a connettere design, psicologia e messaggio.

Qualche anno più tardi una domanda non smetteva di assillarmi: “perché un imprenditore dovrebbe pagare per un sito che è come un negozio, magari bellissimo, ma nel deserto?” E allora è iniziata la fase di approfondimento della SEO spaziando da The Art of SEO fino alla certificazione SeoZoom e all’uso quotidiano di strumenti come Screaming Frog e Ahrefs.
Oggi, anche grazie all’intelligenza artificiale, continuo a connettere punti. Posizionamento, strategia, messaggio, esposizione, fiducia e conversione. Credo che il valore fiorisca laddove discipline diverse iniziano a parlarsi.
Lo vedo centrale in un mercato sempre più martech-oriented, perché credo sia una figura di congiunzione tra l’avanzamento della tecnologia e quelle vibrazioni che solo l’essere umano può percepire, interpretare e tradurre in strategie dall’Uomo verso l’Uomo.
Un nome a dominio può essere un tesoro. Alcuni domini, da soli, valgono cifre enormi; altri custodiscono anni di lavoro, investimenti, posizionamento, reputazione e fiducia. E un tesoro va protetto.
Per questo la stabilità di un’infrastruttura conta così tanto. Un downtime pressoché nullo nell’arco dell’anno vuol dire continuità operativa, tutela del fatturato, protezione della brand reputation e serenità per chi, come noi agenzie e liberi professionisti deve rispondere ogni giorno ai propri clienti.
In Serverplan ho trovato negli anni qualcosa che va oltre il servizio tecnico: un presidio di affidabilità tutto italiano, vicino, competente, reattivo. Un’assistenza come poche altre sperimentate prima che ci permette di lavorare meglio, ridurre l’ansia tecnica e garantire ai nostri assistiti performance e continuità.
Last but not least: la gentilezza. Quando si lavora sotto pressione è facile scivolare, irrigidirsi, perdere pazienza. Voi, invece, siete sempre riusciti a restare umani e professionali insieme. Anche per questo – da anni e ogni anno sempre più convintamente – vi scelgo.
Il cervello umano, quindi anche quello del consumatore, è naturalmente votato al risparmio energetico: cerca scorciatoie, riconosce pattern, si affida a segnali rapidi per orientarsi e decidere.
Il compito di chi lavora con il branding e la comunicazione è abbracciare la complessità che permette di cogliere le sfumature della natura umana. Osservare meglio le persone e i dati, comprenderne bisogni, paure e desideri e restituire messaggi più chiari, più focalizzati, più utili.
Un brand vive nelle parole che sceglie, nelle promesse che mantiene, nei dettagli che le persone intercettano: un colore, un tono di voce, un’esperienza fluida, una relazione che genera fiducia.
Siamo interpreti e corresponsabili di una realtà sempre più sintetica dove contenuti, identità, opinioni e relazioni vengono compressi in formati rapidi, automatici, sempre più difficili da governare.
Il modo in cui comunichiamo può avere echi lontani. Meglio agire con cura, responsabilità e consapevolezza. Perché un brand, prima ancora di vendere qualcosa, contribuisce a costruire immagini, fiducia, cultura.